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Il Natale è universalmente raccontato come il tempo della gioia, della famiglia, della gratitudine. Un periodo in cui ?si dovrebbe? essere felici. Eppure, per molte persone, accade l?opposto: le feste portano con sé un peso emotivo difficile da nominare, un disagio che spesso viene liquidato con frasi come ?odio il Natale?. Ma è davvero il Natale a essere rifiutato?


Non è il Natale che respingiamo, ma ciò che risveglia

Quando diciamo di odiare il Natale, in realtà non ci riferiamo alle luci, le canzoncine o agli estenuanti pranzi in famiglia. Parliamo di pressione, aspettative, solitudine, ricordi dolorosi. Il Natale non crea queste emozioni: le rende visibili.

È un periodo che interrompe le routine, amplifica il confronto e mette in primo piano ciò che manca. Un?assenza non elaborata, un lutto, un senso di esclusione, la paura di non appartenere. Emozioni che durante l?anno restano sotto traccia, ma che nelle feste trovano spazio per emergere.

Quella che appare come rabbia, chiusura o cinismo è spesso una forma di protezione. Un modo per difendere un cuore che ha imparato, magari da tempo, che esporsi fa male.


Il mito della felicità obbligatoria

Le feste portano con sé un messaggio implicito ma potente: ora devi stare bene. È qui che entra in gioco una dinamica psicologica profonda, quella dell?obbligo alla felicità. Un Super-Io sociale che impone gratitudine, entusiasmo, partecipazione, anche quando dentro non ci sono le condizioni emotive per provarle.

Quando non riusciamo ad allinearci a questo ideale, non solo stiamo male: ci sentiamo anche sbagliati. Non all?altezza. Inadeguati. Il problema non è la tristezza in sé, ma il giudizio che le applichiamo.


Famiglia, regali, convivialità: cosa davvero fa male

Non odiamo le feste in famiglia, ma ciò che riattivano: relazioni irrisolte, conflitti mai elaborati, il vuoto lasciato da chi non c?è più.

Non odiamo lo scambio di regali, ma la sensazione di mancanza: di attenzioni, di cura, di presenza emotiva. Un vuoto che nessun pacchetto può colmare.

Non odiamo la felicità degli altri, ma il sentirci fuori posto rispetto a quella narrazione, incapaci di provare le stesse emozioni.

Sentirsi così non è segno di cattiveria o negatività, ma della difficoltà,  molto umana,  di riconoscere e gestire ciò che ci accade dentro.


Il ruolo dei social: la vetrina del confronto

Negli ultimi anni i social media hanno modificato profondamente il modo di vivere le festività. Cene perfette, famiglie sorridenti, viaggi, regali, abbondanza. Tutto viene mostrato, tutto viene amplificato.

Il risultato non è ispirazione, ma confronto. E il confronto, quando siamo fragili, diventa una lente che ingigantisce ciò che non abbiamo: relazioni, denaro, serenità. Anche l?aspetto economico entra in gioco come pressione invisibile, alimentando senso di colpa e inadeguatezza.

 

 

Christmas Blues: dare un nome, senza semplificare

Da alcuni anni la psicologia parla di Christmas Blues o ?depressione natalizia?: uno stato temporaneo caratterizzato da tristezza, malinconia, ansia, irritabilità, stanchezza, disturbi del sonno e difficoltà di concentrazione. È associato a stress, aspettative elevate, solitudine, lutti, difficoltà economiche, dinamiche familiari complesse e fattori ambientali come la riduzione della luce solare.

Ma dare un nome non significa ridurre tutto a una diagnosi. Il Natale non è una patologia e nemmeno la causa de nostro malessere. E? un sintomo, che amplifica ciò che siamo e che proviamo 12 mesi all?anno, un cerotto che nasconde cicatrici spesso profonde, che durante l?anno restano coperte da impegni, distrazioni e ?cerotti emotivi?.


Non forzare la gioia, ascoltare il disagio

Proteggersi non significa essere negativi. Significa riconoscere i propri limiti, accettare le emozioni senza giudicarle, concedersi il diritto di non essere allineati.

E per chi non vive questo disagio, c?è comunque una responsabilità relazionale: osservare senza giudicare, lasciare spazio, accogliere il vissuto dell?altro anche quando non ci appartiene.

Il vero spirito delle feste non sta nel forzare la gioia, ma nel creare contesti in cui ognuno possa sentirsi legittimato a essere come è.


Fermarsi, invece di dare sempre un nome

È vero: durante le feste aumentano ansia, tristezza, accessi al pronto soccorso, comportamenti autolesivi e persino i tentativi di suicidio. I dati non mentono. Ma il problema non è il Natale in sé. Il Natale amplifica ciò che siamo e ciò che proviamo dodici mesi all?anno.

Forse, invece di chiederci continuamente ?che cos?ho??, potremmo iniziare a chiederci ?come va davvero la mia vita??. Siamo soddisfatti? Ci sentiamo visti? Di cosa avremmo bisogno per stare meglio?


Forse la vera forza, quest?anno, non è fingere di stare bene.

Ma smettere di combatterci e iniziare ad ascoltarci.