Tecnostress, iperconnessione, workaholism, presenteismo e burnout non sono necessariamente fenomeni separati. Possono diventare parti di uno stesso processo, capace di alimentarsi e rafforzarsi nel tempo.
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La digitalizzazione ha cambiato profondamente il nostro modo di lavorare.
Smartphone, piattaforme collaborative, videoconferenze, messaggistica istantanea, notifiche ed e-mail hanno reso il lavoro più veloce, flessibile e accessibile. Allo stesso tempo hanno progressivamente modificato i confini temporali e psicologici dell'attività professionale.
Il lavoro può seguirci praticamente ovunque.
E soprattutto può continuare a richiedere la nostra attenzione anche quando formalmente non stiamo più lavorando.
È all'interno di questo scenario che nasce la Spirale del Digital Workaholism, un modello teorico sviluppato a partire dall'applicazione e dall'evoluzione del modello multidimensionale D.I.G.I.T.A.L.E. ? Digital Impact and Generational Interactions for Tecnostress Assessment and Labour Evaluation.
L'idea alla base del modello parte da una domanda apparentemente semplice:
cosa accade quando tecnostress, lavoro compulsivo, presenteismo, sovrainvestimento e burnout smettono di essere fenomeni isolati e iniziano ad alimentarsi reciprocamente?
Il punto di ingresso nella spirale è rappresentato dal tecnostress.
Sovraccarico informativo, moltiplicazione dei canali di comunicazione, continue interruzioni, pressione alla risposta immediata, complessità degli strumenti e progressiva intrusione del lavoro nella vita privata possono mantenere la persona in uno stato di costante attivazione.Inizialmente la risposta può apparire perfettamente funzionale.
Aumentare l'impegno.
Essere più presenti.
Controllare più frequentemente le comunicazioni.
Rispondere più velocemente.
Prolungare il tempo dedicato al lavoro.
Si cerca, in sostanza, di recuperare il controllo attraverso ancora più lavoro.Ed è proprio qui che può iniziare il paradosso.La strategia utilizzata per affrontare il sovraccarico contribuisce progressivamente ad aumentarlo.Il workaholism può quindi essere interpretato anche come una risposta inizialmente adattiva che, consolidandosi, assume caratteristiche sempre più disfunzionali e compulsive.
La disponibilità continua resa possibile dalle tecnologie offre al workaholism un ambiente particolarmente favorevole.
Non è più necessario essere fisicamente sul luogo di lavoro per continuare a lavorare.
Si può rispondere a una mail durante la cena, controllare una notifica nel fine settimana, partecipare a una riunione anche quando si è in condizioni psicofisiche non ottimali o continuare a gestire attività professionali durante periodi che dovrebbero essere dedicati al recupero.
È il presenteismo digitale: la possibilità di continuare a essere operativamente presenti anche quando sarebbe necessario fermarsi.Il confine tra disponibilità professionale e impossibilità di disconnettersi diventa progressivamente più sottile.
Con l'overcommitment, il processo compie un ulteriore passaggio.Il sovrainvestimento lavorativo può diventare progressivamente legato all'identificazione con il proprio ruolo, al bisogno di approvazione e riconoscimento e alla difficoltà di disimpegnarsi.A questo punto accade qualcosa di particolarmente importante:
lo stress che aveva inizialmente attivato il comportamento può non essere più necessario per mantenerlo.Il sistema comincia ad autoalimentarsi.La persona lavora perché è sotto pressione, ma il modo in cui reagisce alla pressione genera ulteriore pressione, riduce il recupero e consolida il comportamento che aveva utilizzato per affrontarla.È questo passaggio che trasforma una possibile sequenza in una spirale.
Uno degli aspetti più rilevanti del modello riguarda proprio il burnout.Tradizionalmente siamo portati a immaginarlo come il punto terminale di un percorso: stress prolungato, progressivo esaurimento delle risorse e infine burnout.
La Spirale del Digital Workaholism propone una lettura differente.
Il burnout può diventare esso stesso parte del meccanismo che mantiene attivo il sistema.
L'esaurimento riduce le risorse cognitive ed emotive, aumenta la percezione di inefficacia e può spingere la persona a tentare di compensare aumentando ulteriormente lo sforzo.
Più fatica.
Minore efficacia.
Maggiore necessità percepita di lavorare.
Minore possibilità di recuperare.
Il burnout, quindi, non rappresenta necessariamente la conclusione della spirale: può diventare uno dei fattori che la alimentano.
Nelle fasi più avanzate, il processo può assumere caratteristiche tipiche delle dipendenze comportamentali: compulsività, perdita di controllo e persistenza del comportamento nonostante le conseguenze negative.
L'ambiente digitale può amplificare ulteriormente il fenomeno.
Una notifica.
Una nuova e-mail.
Un messaggio.
Una richiesta improvvisa.
Un feedback.
Ogni stimolo può diventare il punto di partenza di una nuova risposta.Il lavoro tende così a trasformarsi progressivamente in un circuito stimolo?risposta, sostenuto anche dai meccanismi di rinforzo intermittente tipici degli ambienti digitali.
All'interno della Spirale assumono particolare rilevanza anche due fenomeni derivati dall'osservazione applicativa: lo stress intermittente cumulativo (BLSD ? Blinking Light Stress Disorder) e il bounced stress.
Il primo richiama un aspetto spesso sottovalutato dello stress contemporaneo: il peso delle continue micro-attivazioni.Una telefonata. Una notifica. Un problema tecnico. Una richiesta improvvisa. Un'interruzione. Una scadenza. Un piccolo conflitto.Singolarmente possono apparire eventi trascurabili. È la loro frequenza e accumulazione a diventare rilevante.
Il bounced stress amplia invece l'osservazione dalla persona all'organizzazione: lo stress generato da conflitti, tensioni e climi organizzativi disfunzionali può propagarsi anche a chi non è direttamente coinvolto, estendendo gli effetti del fenomeno all'ambiente circostante.
La spirale diventa così contemporaneamente individuale, relazionale e organizzativa.
È probabilmente questo il punto centrale del modello.
La Spirale del Digital Workaholism supera una rappresentazione semplicemente lineare del tipo:
tecnostress ? workaholism ? presenteismo ? burnout.
?????
Il processo è più complesso.
Il burnout può aumentare lo sforzo compensativo.
Il presenteismo riduce il recupero e alimenta nuovo stress.
Il workaholism aumenta l'esposizione digitale.
Le tecnologie continuano a fornire stimoli e rinforzi.
Le dinamiche organizzative possono amplificare ulteriormente l'attivazione.
Le diverse componenti iniziano quindi a retroagire tra loro.
Per questo la spirale viene descritta attraverso tre proprietà fondamentali:
Auto-rinforzo ? ogni fase può alimentare quelle successive e contemporaneamente rafforzare quelle precedenti.
Non linearità ? il processo può muoversi in più direzioni attraverso continui circuiti di retroazione.
Cristallizzazione ? con il passare del tempo il sistema può diventare progressivamente più stabile, rigido e resistente al cambiamento.
Ed è proprio la cristallizzazione a rendere particolarmente importante la prevenzione.
La prospettiva proposta dalla Spirale del Digital Workaholism ha una conseguenza concreta anche per le organizzazioni.
Se questi fenomeni sono interdipendenti, intervenire esclusivamente sulla singola manifestazione rischia di essere insufficiente.
Ridurre qualche notifica, organizzare un corso sullo stress o invitare genericamente le persone a disconnettersi può avere un'utilità limitata quando il sistema si è già consolidato.
Diventa necessario comprendere dove la spirale si attiva, quali fattori la alimentano e in quale punto è possibile interromperla.
È in questa prospettiva che la Spirale si integra con il modello D.I.G.I.T.A.L.E., orientando l'analisi verso i diversi livelli del rischio e verso l'individuazione dei possibili punti di intervento.
La Spirale del Digital Workaholism è una proposta teorica, sviluppata attraverso osservazioni applicative e integrazione della letteratura scientifica esistente.
Il modello necessita quindi di ulteriori studi e di validazioni empiriche, in particolare attraverso ricerche longitudinali e metodologie capaci di analizzare relazioni dinamiche e circuiti di retroazione.
Ed è proprio questa una delle prospettive aperte dal lavoro: studiare il digital workaholism non semplicemente come una serie di variabili correlate, ma come un processo che evolve nel tempo.
Comprendere quando il sovrainvestimento diventa compulsione.
Quando la disponibilità diventa presenteismo.
Quando lo stress smette di essere soltanto una causa e diventa contemporaneamente causa ed effetto.
Quando il burnout, invece di interrompere il comportamento, finisce paradossalmente per alimentarlo.
E soprattutto comprendere dove e quando intervenire prima che la spirale si stabilizzi.
Perché nell'ambiente di lavoro digitale il rischio potrebbe non essere soltanto quello di lavorare troppo.
Il rischio è entrare progressivamente in un sistema nel quale più aumenta la difficoltà, più il lavoro diventa la risposta alla difficoltà stessa.
Articolo scientifico completo